Non
è difficile immaginare lo scenario, dal punto di vista ecologico, che si
sarebbe
determinato per il circostante territorio, d'altra parte, però,
vanno
sottratti sia la fetta di economia perduta
che i disagi sopportati dai nostri
concittadini
costretti ad abbandonare la loro terra per cercare altrove
sostentamento,
tra i quali anche miei amici d'infanzia, figli di operai.
La
struttura, incompleta, rappresenta, è mia opinione, un muto testimone epocale della
trasformazione
economica dell'Italia di metà del secolo scorso:
ad
un' economia industriale di trasformazione delle
risorse naturali, successivamente, in particolare al sud, si
è preferito lo sfruttamento
delle risorse
ambientali in un modo meno
cruento ed ecologico.
Ma
adesso cosa rappresenta questo enorme scheletro, questo "scempio",
come
lo
definisce l'amico che mi ha inviato una e-mail in merito?
Quante
idee e quanti progetti sull'area nella quale insiste il cementificio sono
state
formulate,
per la bonifica dell'area ma soprattutto per la realizzazione di opere
che
producano economia in alternativa allo "scempio".
Io
penso che se qualche cosa si deve fare deve essere fatta presto, altrimenti
tra
qualche decennio la struttura non verrà più abbattuta, divenendo
inquietante
tempio
e simbolo della mancata industrializzazione di questa parte del sud
dell'Italia.
Perchè
se è vero, come è vero, che il tempo rende preziosa qualsiasi cosa,
tale
struttura assumerà una valenza storica tale, per la sua simbolica
caratteristica di "bivio economico", che nel futuro diventerà sempre
più difficile trovare motivazioni valide ed alternative alla permanenza
dell'incompleto cementificio di Sapri.
Con
la conseguenza che quello che
oggi tentiamo di eliminare anche dalla personale percezione del paesaggio, fra
qualche decennio potrebbe diventare riferimento e mèta di attività
culturali e di studio
delle motivazioni
ed implicazioni connesse con le
scelte economiche della metà del secolo
scorso.